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Coronavirus e smart working

28 Feb 2020, by Luca Borsani in Area legale

Coronavirus e smart working

Il Coronavirus è arrivato a colpire le regioni italiane. Inevitabilmente, l’arrivo del virus e le conseguenti misure adottate da governo per il suo contenimento, hanno avuto notevole ripercussione sui lavoratori e sulle aziende.

Per questo motivo è stato spesso preso in considerazione il cosiddetto smart working, come modalità di svolgimento dell’attività lavorativa per le zone rosse e, come auspicabile modalità di prestazione per le zone gialle.

Ma che cos’è lo smart working?

“Il lavoro agile” o “smart working” è la modalità di svolgimento della prestazione lavorativa da remoto, senza obbligo di recarsi presso le sedi di lavoro e lasciando al lavoratore autonomia non solo negli spazi ma anche negli orari e nella gestione del lavoro.

Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, sul sito web, lo definisce “una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dall’assenza di vincoli orari o spaziali e un’organizzazione per fasi, cicli e obiettivi, stabilita mediante accordo tra dipendente e datore di lavoro”.

A fronte del diffondersi del coronavirus, il decreto del Consiglio dei Ministri del 25/02/2020, ha previsto all’art. 2, specifiche disposizioni in materia di smart working per le aziende aventi sede legale o operativa in Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Veneto e Liguria e per i lavoratori ivi residenti o domiciliati. In particolare è stabilito che per i soggetti citati “la modalità di lavoro agile disciplinata dagli articoli da 18 a 23 della legge 81/2017, è applicabile in via provvisoria, fino al 15 marzo 2020, ad ogni rapporto di lavoro subordinato, nel rispetto dei principi dettati dalle menzionate disposizioni, anche in assenza degli accordi individuali ivi previsti“.

Si è quindi scelto di riconoscere l’applicazione di tale modalità lavorativa, naturalmente ove la prestazione lo consenta, anche senza la preventiva discussione di accordi individuali tra datore di lavoro e lavoratore, necessari per la validità del contratto di lavoro, garantendo la parità del trattamento retributivo e previdenziale rispetto ai colleghi che svolgono la loro attività presso la sede aziendale.

La normativa, come si evince, rileva dei soli rapporti subordinati, e non anche delle prestazioni professionali autonome. Si sottolinea che in tali casi, la possibilità di svolgere la propria prestazione in smart working è conseguenza dell’autonomia del rapporto di lavoro e non necessita di un’apposita autorizzazione ministeriale, come accade invece per il lavoro subordinato.

Si specifica che il decreto citato non prevede alcun obbligo per le aziende di usufruire dello smart working, ma è stato più volte auspicato il suo utilizzo sia nelle zone rosse, ove vi è una limitazione totale della circolazione delle persone che, per ordinanza non possono recarsi presso il luogo di lavoro, ove quindi si permetterebbe lo svolgimento dell’attività lavorativa altrimenti preclusa, ma altresì nelle zone gialle, ove, seppur non esista alcuna restrizione della circolazione, il ricorso a tale modalità lavorativa, permetterebbe, oltre alla tutela del lavoratore, anche un aiuto al contenimento della diffusione del virus.

Cosa succede se un lavoratore dipendente non si reca al lavoro per “paura” del coronavirus?

Non recarsi a lavoro per la paura del coronavirus, eccezion fatta per quei casi ove vi siano sintomi di contagio (e qui fino all’esclusione della malattia tramite effettuazione del tampone), risulterebbe come assenza ingiustificata e potrebbe portare a sanzioni disciplinari e, in determinati casi, anche al licenziamento del dipendente.

Si ricorda che i residenti nella zona rossa, sottoposti a quarantena obbligatoria, sono considerati “lavoratori sottoposti a trattamento sanitario” e quindi,”in malattia”.

Articolo redatto con la collaborazione della Dott.ssa Chiara Servidio

Coronavirus e smart working

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